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intrusione informatica
admin Giugno 19, 2025 Nessun commento

Accedere di nascosto all’email o al WhatsApp del partner è reato: la Cassazione lo equipara all’intrusione informatica

Violazione della privacy, intrusione informatica, e possibile condanna fino a 10 anni di carcere: è quanto rischia chi legge di nascosto le email o gli sms del proprio partner, anche se animato dal desiderio di scoprire un tradimento da portare come prova in una causa di divorzio. 

A stabilirlo è una recente sentenza della Corte di Cassazione (19421/2025), che ha respinto il ricorso di un uomo condannato per aver raccolto prove in maniera illecita alla moglie.

 

Il caso di intrusione informatica

Il protagonista della vicenda è stato condannato dalla Corte d’Appello di Messina per aver effettuato ripetuti accessi senza autorizzazione alla piattaforma di messaggistica WhatsApp  personale della moglie, con lo scopo di raccogliere informazioni compromettenti da utilizzare nel processo di separazione. L’uomo ha poi condiviso tali contenuti con il proprio legale, sperando di ottenere l’addebito della separazione per infedeltà.

Anni dietro, la donna segnalò anche condotte moleste e ossessive da parte del marito, accusandolo di aver insinuato e fatto credere l’esistenza di una relazione della moglie con un collega.

 

La Cassazione conferma l’intrusione informatica

La Suprema Corte ha confermato la condanna, sottolineando come l’accesso non autorizzato alla piattaforma di WhatsApp configuri il reato di accesso abusivo a sistema informatico, ai sensi dell’art. 615-ter del codice penale e la pena prevede fino a 10 anni di reclusione. 

ll giudice ha chiarito che, anche nel caso in cui le credenziali fossero state condivise in passato, non è lecito utilizzarle per violare la sfera privata altrui senza consenso attuale e specifico.

La sentenza evidenzia, inoltre, che le caselle email, così come le applicazioni di messaggistica, costituiscono strumenti informatici a tutti gli effetti, trattando dati personali protetti dalla normativa sulla privacy.

 

Può accedere solo il proprietario del telefono 

L’accesso al sistema applicativo è riservato solo, ed esclusivamente, al proprietario del mezzo. Anche nei casi in cui vi sia il consenso del proprietario può comunque essere commesso il reato. Se infatti il proprietario del telefono dà la password a un’altra persona, il permesso per accedere al cellulare è limitato per un lasso di tempo o solo per determinate informazioni. I giudici, infatti, hanno scritto che “sussiste il reato contestato, poiché la protezione del sistema era stata assicurata attraverso l’impostazione di una password”.

 

Le parole del presidente dell’Ami sull’intrusione informatica

L’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani, ha commentato con favore la pronuncia: “Finalmente la Suprema Corte ha sancito in modo chiaro i limiti all’uso di messaggi privati nei giudizi di separazione e divorzio. Un segnale forte che riafferma il diritto alla riservatezza come inviolabile, salvo eccezioni previste dalla legge. La sentenza chiarisce che l’accesso non autorizzato a WhatsApp o ai social e la diffusione di contenuti privati può costare fino a tre anni di reclusione, come previsto dall’articolo 615-ter del codice penale. Non sarà più possibile depositare in giudizio le chat segrete del coniuge, acquisite illegalmente».

Gassani ha poi sottolineato: «D’ora in avanti, chi sospetta un’infedeltà dovrà rivolgersi a investigatori privati autorizzati e non improvvisarsi hacker. La diffusione non autorizzata di email o chat può portare a gravi conseguenze penali, e le prove raccolte in modo illecito saranno inammissibili in giudizio».

 

Un segnale chiaro

Questa sentenza si inserisce in un filone giurisprudenziale sempre più attento alla protezione dei dati personali e al rispetto dei confini digitali. Accedere a comunicazioni private, anche se appartenenti a un coniuge, senza un’autorizzazione formale e legittima, è un reato. La giustizia italiana manda dunque un messaggio forte: la fine di una relazione non giustifica la violazione dei diritti fondamentali dell’altro.

 

Se pensi che abbiano violato la tua privacy e abbiamo fatto accesso alle tue app o ai tuoi social senza consenso, visita il nostro sito e non esitare a contattarci. Sportello Tutela Online si attiverà subito per preservare i tuoi dati e le tue informazioni personali.  

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