Guerra e intelligenza artificiale: il nuovo volto del conflitto nell’era digitale
Dalle infrastrutture digitali alle armi autonome, fino allAI: la guerra e le tecnologie civili; i confini etici, politici e culturali della violenza contemporanea
Nel cuore della trasformazione digitale, la guerra ha smesso di essere solo una questione di eserciti e trincee per diventare un ecosistema iperconnesso, automatizzato e predittivo. Ma cosa significa, in concreto, combattere un conflitto nell’era dell’intelligenza artificiale? E quali sono le implicazioni per la società civile, ormai sempre più invischiata nella macchina bellica?
La guerra contemporanea è sempre più digitale: infrastrutture connesse, armi autonome, droni, sistemi predittivi basati sull’intelligenza artificiale e la stessa narrazione algoritmica trasformano il conflitto in uno scontro che attraversa i cavi, le orbite satellitari e gli schermi. In questo contesto, la tutela digitale — la protezione di persone, dati, evidenze e della pluralità dell’informazione — diventa un requisito fondamentale per la protezione dei diritti umani, per la responsabilità penale e per la possibilità di ricostruire la verità.
Le minacce digitali principali nella guerra odierna: L’inversione del ciclo dell’innovazione
Tradizionalmente, l’innovazione tecnologica nasceva in ambito militare, veniva sperimentata sul campo, e solo successivamente adattata all’uso civile. Ma oggi, questo schema si è invertito. Strumenti nati per usi quotidiani — come smartphone, app di messaggistica, sistemi di geolocalizzazione — vengono sempre più spesso impiegati direttamente in operazioni belliche. La guerra, insomma, è scesa sul piano della nostra vita quotidiana, inglobando tecnologie civili e banalizzando l’atto del colpire, uccidere, distruggere.
L’episodio dei cercapersone esplosivi utilizzati dall’esercito israeliano contro affiliati di Hezbollah ne è un esempio estremo, ma emblematico: strumenti apparentemente innocui, connessi in rete come gli smartphone che portiamo ogni giorno con noi, trasformati in armi mortali. L’uso civile e quello militare delle tecnologie digitali si confondono, si sovrappongono, si rendono indistinguibili.
Un’altra chiave per comprendere questa trasformazione è il ruolo sempre più centrale delle infrastrutture digitali e la loro vulnerabilità. Non parliamo solo di reti di comunicazione, ma di veri e propri asset strategici: data center, sistemi di logistica, cloud computing. Le guerre contemporanee si vincono anche, e soprattutto, nel cyberspazio.
Starlink, la rete satellitare di SpaceX, è l’esempio perfetto: nata come progetto civile, oggi è essenziale per la comunicazione sul campo nei conflitti in Ucraina e altrove.
Nel frattempo, la cyberguerra si evolve: attacchi informatici non colpiscono solo obiettivi militari, ma dighe, reti elettriche, ospedali. Anche lo spazio, con i satelliti che trasmettono dati e immagini, è destinato a diventare un campo di battaglia. Le infrastrutture digitali, tanto quanto le strade o le ferrovie, sono oggi bersagli primari.
Strumenti di sorveglianza avanzata e malware mirati vengono usati per identificare e intimidire giornalisti, attivisti e operatori umanitari, mettendo a rischio fonti e testimoni.
Armi autonome nella guerra
Un’altra trasformazione epocale riguarda l’automazione delle armi. Dai droni telecomandati fino alle munizioni “vaganti” e agli sciami autonomi, le armi oggi possono identificare, selezionare e colpire bersagli senza intervento umano.
Il controllo umano, principio cardine del diritto internazionale, viene progressivamente eroso. I vantaggi operativi — rapidità d’azione, eliminazione del rischio per i soldati — vengono anteposti alla riflessione etica. Ma un drone autonomo può sbagliare bersaglio. Può non distinguere un bambino da un combattente. E, soprattutto, non si assume alcuna responsabilità.
Come ricorda il filosofo Guglielmo Tamburrini, se è vero che le macchine possono sbagliare meno frequentemente, è anche vero che quando sbagliano possono farlo in modo catastrofico. Il paragone con le auto a guida autonoma è calzante: quando c’è di mezzo la vita umana, l’errore “statisticamente raro” non è accettabile.
AI predittiva e la guerra
L’intelligenza artificiale ha assunto un ruolo crescente anche nella pianificazione strategica e decisionale. I sistemi predittivi di supporto alle decisioni, utilizzati già da anni in ambito finanziario, ora orientano le scelte belliche: selezionano bersagli, suggeriscono attacchi, stimano “danni collaterali”.
Il caso più emblematico, e inquietante è quello del sistema “Lavender”, utilizzato da Israele a Gaza. L’algoritmo identifica i “militanti” di Hamas analizzando dati di ogni genere (dalla frequenza dei cambi di indirizzo alle connessioni telefoniche), assegna un “rango” al bersaglio, e determina quanti civili si possono sacrificare in base alla sua importanza. Donne e bambini compresi. In alcuni casi, la soglia accettata arriva a centinaia di vittime collaterali per eliminare un singolo obiettivo.
Qui la tecnologia smette di essere un mezzo e diventa ideologia. L’algoritmo è trattato come un oracolo, il cui responso diventa un ordine. Il ruolo umano si riduce a mera esecuzione. Si uccide perché l’intelligenza artificiale ha detto che si può.
La narrazione dell’AI: arma invisibile di legittimazione nella guerra
Ma c’è un ultimo livello di guerra che merita attenzione: quello simbolico, narrativo. Oggi, l’intelligenza artificiale è anche un’arma ideologica.
Si racconta che la guerra algoritmica sia chirurgica, “intelligente”, capace di minimizzare il dolore. Ma i fatti raccontano un’altra storia. I sistemi come Lavender non hanno ridotto le vittime civili: le hanno normalizzate, razionalizzate, previste e tollerate. Quando si accetta l’uccisione di decine o centinaia di innocenti per eliminare un solo bersaglio, non si sta “ottimizzando” la guerra: si sta reinventando la barbarie sotto nuove spoglie digitali.
In questo senso, la retorica dell’AI funziona come strumento di legittimazione politica e morale che nasconde azioni di guerra indiscriminata.
Obiettivi della tutela digitale nella guerra
Gli obiettivi della tutela digitale nei contesti di conflitto, in primo luogo, riguardano la protezione della vita e dell’incolumità digitale di civili, giornalisti, operatori umanitari e testimoni.
A livello tecnico e operativo, è fondamentale adottare misure efficaci per la sicurezza delle comunicazioni, quali l’uso di messaggistica end‑to‑end, l’aggiornamento costante dei dispositivi, l’utilizzo di hotspot verificati e la protezione da spyware tramite pratiche di sicurezza operativa.
Sul piano istituzionale e normativo, è urgente regolamentare l’uso militare delle infrastrutture private, definendo standard pubblici e verificabili per la concessione delle reti satellitari in contesti di guerra, imporre vincoli rigorosi all’uso di armi autonome e AI bellica, prevedendo il mantenimento del controllo umano significativo e audit indipendenti, garantendo protezione legale.
Servono inoltre standard comuni per la conservazione e la tracciabilità delle prove digitali, cooperazione tra archivi civili, ONG e tribunali internazionali, procedure rapide per il sequestro e la messa in sicurezza dei dati. Le evidenze digitali devono essere salvaguardate garantendo l’accesso all’informazione e alla pluralità delle narrazioni in opposizione a censura e disinformazione.
Infine, è essenziale rafforzare le capacità digitali locali attraverso formazione specifica su cyber-igiene, raccolta forense e protocolli di documentazione, costruire reti solidali e finanziare strumenti open source indipendenti per la raccolta e verifica delle prove, svincolati da pressioni commerciali o politiche.
Conclusione: demistificare l’AI, difendere l’umano
Oggi più che mai, è necessario smontare la narrazione salvifica dell’AI. Soprattutto quando viene utilizzata in contesti di conflitto. L’intelligenza artificiale non è neutrale, non è infallibile, e non è “intelligente” nel senso umano del termine.
Se continuiamo a delegare alle macchine decisioni di vita o di morte, la vera posta in gioco non è solo il diritto internazionale o l’etica della guerra. È l’idea stessa di responsabilità, di umanità, di società democratica.
La tutela digitale non è un lusso tecnico, ma una componente essenziale della protezione umanitaria e della giustizia in tempo di guerra. Salvare e proteggere dati significa preservare vite, verificare responsabilità e costruire memoria.
La sfida, quindi, è doppia: disinnescare le tecnologie per rendere il campo digitale meno letale e contrastare la narrazione che le rende accettabili così da essere più trasparenti e a misura di tutti i diritti umani. Perché nel mondo digitale-militare di oggi, la guerra si combatte anche con le parole.


